Atene chiama, Roma risponde
La «Dante Alighieri» in prima linea per organizzare i corsi
La Grecia vuole più scuole dove perfezionare la nostra lingua
A DISPETTO di quanto scrive «The Economist» e a conferma del rapporto Censis di Giuseppe De Rita, il "made in Italy" vive oggi un'intensa stagione di rilancio. Lo dicono i numeri e lo conferma la crescente domanda di tutti quei prodotti che evocano in qualche modo quello "stile di vivere italiano" che tutto il mondo ci invidia e che per molti è simbolo di un benessere culturale prim'ancora che economico. Il fenomeno è mondiale ed europeo nel contempo. Nella sola Atene ad esempio, sono più di diecimila gli studenti che frequentano scuole private, licei, università e che richiedono di migliorare la loro conoscenza del nostro patrimonio d'arte e di approfondire gli scambi culturali. Per non parlare poi delle province elleniche con in testa le città di Volos, Patrasso e Salonicco dove sono attive diverse imprese commerciali italiane e dove sempre più fiorenti sono i commerci con il nostro paese. Si diceva di Atene, capitale mitica e nello stesso tempo modernizzata dal passaggio degli ultimi giochi olimpici che hanno trasformato il volto di molte vie e piazze, tanto da donarle quel pizzico di civetteria tutta europea immersa in una luce di azzurro Mediterraneo. Atene dunque si pone ai primi posti tra i paesi che affacciano sul Mare Nostrum che più si avvicinano per spirito e per temperamento a quell'Italia che con la testa fatica ad inoltrarsi verso il cuore dell'Europa e con i piedi muove a rilento i suoi passi nelle agitate acque del nord Africa e del Medio Oriente. Atene come Valletta, Tunisi, Istanbul o Il Cairo, capitali di ieri e di oggi unite in quel concerto di nazioni alla ricerca di un dialogo nuovo in grado di far emergere quanto di buono e di positivo c'è nelle culture che un tempo furono l'architrave di sostegno dell'odierna Europa. Per tutte loro la cultura italiana è innanzitutto una risorsa, una alternativa ad un possibile modello di sviluppo che attualmente non trova sbocchi schiacciato com'è ad est da complicate eredità politiche e sanguinosi conflitti bellici, a sud da un ribollire di fermenti etnici e religiosi e un poco più a nord da una industrializzazione così avanzata da non poter essere presa neppure in considerazione. Su tutto aleggia poi lo spettro di una globalizzazione strisciante e ineluttabile che pone sempre di più in crisi i sistemi di certezze raggiunte faticosamente in secoli di storia e che ora sembrano sbriciolarsi come pane secco al sole. Il nuovo aeroporto e la superstrada che lo collega ad Atene, mi dicono, sono stati costruiti da ditte tedesche che agli impegni economici hanno saputo sovrapporre anche i loro interessi nazionali, badando bene che la lingua di Goethe fosse inserita nei programmi scolastici del ministero a tutela di una continuità di studio e di distinguo culturali. Ma a parte la forza e l'ammirevole bravura dei cugini teutonici, le altre due grandi lingue d'Europa, lo spagnolo e il francese, sono in lenta discesa per far posto ovviamente all'"imperante inglese", dominatore dei mercati delle lingue e non solo. Restiamo infine noi. «Italiani e greci, stessa faccia stessa razza» recita uno dei luoghi comuni più consunti, ma che oggi più che mai ritrovo valido attraversando quelle strade e ritrovando in quegli occhi e quei visi tanto simili ai nostri quell'identità, quelle radici e quei germi di questo nostro occidente che fatica come non mai a trascinarsi dietro le colpe di una storia mai rimarginata. La Repubblica Ellenica con il suo Consiglio superiore di selezione del personale pubblico riconosce solennemente alla Dante Alighieri il diritto di esercitare, oltre ai corsi di lingua, anche le prove d'esame di certificazione e il nostro ambasciatore Gian Paolo Caverai e il direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, Giulio Molisani, festeggiano legittimandosi una vittoria che è anche di Panjotis Kastrissianakis della Dante Alighieri di Atene, ateniese come quei diecimila volontari che lo Stato italiano non ripagherà mai quanto meriterebbe il loro amore, il loro impegno volontario e il loro sincero spirito di comunanza con l'Italia. «Italiani e greci, stessa faccia stessa razza».
Alessandro Masi
Segretario Generale
Società Dante Alighieri
Il Tempo, domenica 4 dicembre 2005 |
L’unità in Europa passa attraverso la lingua
La difesa degli idiomi nazionali e la tutela delle diversità favoriscono l’integrazione tra i popoli
Dopo la convenzione firmata a Istanbul la «Dante Alighieri» ha aperto un fronte nei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo
Con l’assegnazione del Premio Principe delle Asturie 2005, la «Dante Alighieri», il Cervantes, il Goethe Institut, l’Istituto Camoes, il British Council e l’Alliance Francoise hanno avuto riconosciuto nei fatti il loro operare, oltreché per la lingua nazionale, anche a favore delle lingue e delle culture d’Europa. La recente Convenzione tra la «Dante» e il Consorzio universitario Unimed siglata ad Istanbul nel corso della visita del Presidente della Repubblica in Turchia, ha aperto poi un secondo fronte nei Paesi del Mediterraneo ove affacciano la gran parte delle nazioni appartenenti all’Unione Europea o in procinto di entrarvi come la Croazia e la Bulgaria e, in futuro, la stessa Turchia. Dunque il problema delle identità nazionali e degli oltre venti idiomi parlati, scritti ed usati da milioni di cittadini del nostro continente sarà sempre più materia di discussione. Il provvedimento di istituire una Commissione ad hoc che tratti specificatamente l’uso delle lingue nazionali nell’Unione Europea appare se non tempestivo, almeno opportuno. In questa rubrica si è già discusso ampiamente del tema, affrontando i ruoli presenti e futuri delle lingue veicolari quali lo spagnolo e soprattutto l’inglese e quelli delle lingue dette «di cultura», tra le quali l’italiano. Con animosità si è esaminato il peso che potrebbero avere gli eredi di Dante e quelli di Shakespeare, di Cervantes come di Balzac. Su tutto però resta il problema della tutela delle diversità, intesa come conservazione e promozione delle varie identità nazionali nel concerto idiomatico del nostro continente. Chi paventa lo strapotere dell’inglese, spesso non è del tutto al corrente di quanti milioni e milioni di persone nel mondo usino comunemente lo spagnolo, l’arabo e con più evidenza lo stesso cinese che sembrerebbe preoccupare più per gli aspetti commerciali che non per ciò che inevitabilmente il «fiume giallo» riuscirà a trasportare con sé in fatto di usi, costumi e caratteri di una cultura da noi conosciuta più approfonditamente soltanto a partire da Marco Polo. Bruxelles dimostra di aver compreso finalmente che esiste un problema «mosaicale» delle lingue e delle culture d’Europa e fortunatamente non lo fa perché spinta dagli incendiari delle banlieu parigine, né dai roghi delle metropolitane inglesi o dalla furia omicida dei fondamentalisti che in Olanda hanno trucidato barbaramente il regista Theo Van Gogh per i suoi filmati sull’Islam. La Commissione Europea ha scelto liberamente di riconoscere uno spazio di dignità alla cultura in quanto risorsa per il futuro e componente della nostra stessa storia, affidando al Commissario slovacco Jan Figel la responsabilità di discutere di quelle che saranno le componenti di una parte del processo di unificazione che faticosamente si sta cercando di metter su con qualche ritardo, con sottili opposizioni e a volte con veri e propri dinieghi. «Eppur si muove», direbbe il nostro! Abbiamo dunque l’opportunità per tracciare la geografia entro cui replicare il disegno che ha fatto della nostra lingua e cultura una componente fondamentale dell’architettura storica occidentale. L’Italia di Machiavelli, della Università di Bologna, della «Scienza nova» di Vico, di Torricelli, di Volta, di Fermi e perfino del Papa polacco che, pur con qualche comprensibile errore, decise di parlare al mondo attraverso la «dolce lingua» del nostro Paese. Questi sono i principi che dobbiamo affermare nell’Europa che verrà, sul palco di quella scena che richiederà la pazienza del dialogo e del confronto e la serena calma nel ricucire squarci dovuti a scontri e incomprensioni non di civiltà, ma di in-cultura. L’italiano sarà dunque l’offerta di emancipazione per un mondo globalizzato, ma nello stesso tempo alla ricerca dell’unicità, ossia di quel sussulto di gioia dato solo dalla bellezza e dall’armonia, principi certamente a noi non proprio estranei.
Alessandro Masi
Segretario Generale
Società Dante Alighieri
Il Tempo, domenica 27 novembre 2005
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